L’inizio della fine del proibizionismo: le politiche della dipendenza da sostanze


“Un nuovo ordinamento riguardo le sostanze è effettivamente possibile, ma le nuove posizioni dipenderanno dai tempi, saranno assoggettate ad altre questioni, non deriveranno da un processo razionale”. (Berridge 2013: p. 247).


 In questo articolo tento di prevedere cosa accadrà alle politiche sulle sostanze stupefacenti – non quello che dovrebbe accadere. Il proibizionismo e l’astinenza probabilmente non riflettono lo stato naturale della società, in cui l’uso di sostanze psicotrope è stata ritualizzato e socialmente accettato (l’alcool in Occidente come l’oppio in Estremo Oriente o la cannabis in Medio Oriente). Si possono osservare due tendenze, a seconda delle condizioni locali: la prima è l’equilibrio tra criminalizzazione, controllo e legalizzazione. Per esempio, il ‘controllo’ comprende la regolazione della grandezza delle dimensioni delle confezioni del paracetamolo, la definizione della quantità di cannabis che un individuo può possedere per ‘uso personale’ e il divieto di vendita di alcol ai bambini. Gli organi legislativi, compresa l’Unione Europea, rivedono periodicamente la regolamentazione riguardanti le erbe medicinali, così come i più recenti “legal highs”, sostanze stupefacenti ad oggi completamente legali o non comunemente proibite dalle leggi sulle droghe (questo processo di revisione sta diventando così oneroso che è spesso inefficace). La seconda tendenza riguarda le organizzazioni criminali: queste (non diversamente dalle aziende del tabacco) stanno diversificando i loro investimenti in altri mercati anche se, nel caso di cartelli criminali dell’ex URSS e dei Balcani, questi tendono ad essere pure traffici illeciti, come quello di armi, l’estorsione o la prostituzione (Freudenberg 2014; LSE Ideas 2014). 

La prevalenza e gli aspetti economici dell’abuso di sostanze

 Lo United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC 2013) stima che, a livello globale, nel 2011 tra i 167 ei 315 milioni di adulti abbiano fatto uso di sostanze illecite, e che questo uso sia stato problematico nel 10% dei casi (16–29 milioni di persone). Lo stesso ufficio ha inoltre stimato che circa 14 milioni di persone in tutto il mondo abbiano assunto droghe endovena (0,3% della popolazione adulta), di questi circa 1,6 milioni (11%) hanno contratto l’HIV e 7 milioni (51%) l’epatite C. Il consumo globale di eroina è stimato essere di 340 tonnellate (UNODC 2010), mentre nel 2007 attorno ai 15–21 milioni di persone hanno usato oppiacei a scopo ricreativo, di cui 1,3 milioni in † Titolo originale: ‘The beginning of the end of prohibition: the politics of drug addiction’, BJPsych Advances, 2016, 22, 242–250. Traduzione della Dr.ssa Giulia Spiga, Università di Modena e Reggio Emilia. ©The Royal College of Psychiatrists. Downloaded from https://www.cambridge.org/core. 13 Aug 2021 at 07:37:47, subject to the Cambridge Core terms of use. 2 BJPsych Advances doi: 10.1192/apt.bp.115.014704 Luty Nord America e 3,4–4 milioni in Europa (UNODC 2009). Circa un quinto degli individui dipendenti da oppioidi negli Stati Uniti e in Europa ricevono una terapia di mantenimento con oppioidi (European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction 2009). Circa 16–17 milioni di persone utilizzano cocaina regolarmente – il 40% negli Stati Uniti. Circa l’80% del mercato globale della cocaina, valutato in 88 miliardi di Dollari, è in USA ed Europa. Le Nazioni Unite hanno stimato che la cannabis venga utilizzata da circa il 4% della popolazione mondiale degli adulti; nel 2004 circa 1 su 8 l’ha assunta quotidianamente, la metà dei quali era “dipendente” (UNODC 2010; LSE Ideas 2014). I Paesi più ricchi, potendo affrontare prezzi più alti, consumano la maggioranza delle sostanze illecite (il 5% della popolazione degli Stati Uniti consuma il 68% della produzione globale di oppio) (LSE Ideas 2014). La maggior parte degli utilizzatori non diventa dipendente – cioè non ne fa un uso quotidiano o non sviluppa sintomi di astinenza. Comunque, gli individui dipendenti da sostanze sono responsabili della larghissima parte del consumo: i sondaggi ad esempio rivelano che l’83% dell’eroina consumata negli Stati Uniti nel 2011 sia stata assunta da individui dipendenti da oppiacei (LSE Ideas 2014). Il mercato globale della droga è stimato essere attorno a 321 miliardi di dollari, quasi l’1% del prodotto interno lordo (PIL) mondiale. Tale mercato è così grande che il Direttore del UNODC suggerì che l’introito di questo mercato fu il fattore principale che impedì il collasso del sistema bancario mondiale nel 2008 (lSE Ideas 2014). Il mercato delle sostanze illecite in UK è stimato in 5 miliardi di sterline, con un costo stimato per la società di 13 miliardi di sterline, o circa l’1% del PIL (Reuter 2007): a confronto, le famiglie del Regno unito spendono attorno ai 15 miliardi di sterline all’anno in alcol. Dei 13 miliardi di sterline di cui sopra, circa 9,7 miliardi di sterline riguardano costi sostenuti dalle vittime di tale reato e oltre 4 miliardi di sterline è utilizzato dal sistema di giustizia nell’affrontare i trasgressori. Il Ministero degli Interni del Regno Unito stima che le droghe siano la causa dell’86% dei taccheggi, del 70–80% dei furti e della metà di tutte le rapine nel Regno Unito (Pudney 2003). Nel 2004, il 6% degli arresti e il 13% delle condanne erano per reati connessi alle droghe, sebbene il 71% di tutti i reati legati alle droghe riguardassero la cannabis (la maggioranza di questi casi i è risolta con il pagamento di cauzioni) (LSE Ideas 2014; Drug Policy Alliance 2015).

La natura arbitraria del proibizionismo sulle droghe – alcol e tabacco 

Il proibizionismo sulla cannabis e altre droghe è irrazionale in quanto, paragonato a questi, l’alcol provoca ingenti danni a una più larga parte della società e il numero di morti per malattie legate al fumo continua a crescere in tutto il mondo. Per esempio, negli Stati Uniti nel 2000, il fumo era la causa principale delle morti prevenibili (435000 morti), con l’alcol al terzo posto (85000 morti) e l’abuso di droghe al decimo (17000 morti) (Mokad 2004), e il fumo mantiene tutt’ora questo primato. In tutto il mondo, il fumo è il secondo principale fattore di rischio del carico totale di malattie, l’alcol è al terzo posto, l’abuso di droghe al diciannovesimo (Lim 2012). In passato si è provato (senza successo) a instaurare il proibizionismo per l’alcol e, oggi, le restrizioni sulla vendita di alcol e tabacco sono avversate dai poteri economici derivati dei rispettivi settori industriali. Per esempio, globalmente nel 2011 l’industria delle sigarette ha speso 8.37 miliardi di dollari in pubblicità. Nel 2013, il governo federale degli Stati Uniti e quelli dei governi locali hanno riscosso 25.7 miliardi di dollari dalle tasse sul tabacco. A dispetto del fatto che il fumo provochi una morte su 5, la spesa degli Stati Uniti per i trattamenti volti alla sospensione dell’abitudine tabagica ammonta a solo l’1.8% degli introiti provenienti dalla tassazione del tabacco. Inoltre, tra il 2000 e il 2004, il fumo di sigaretta è stato stimato essere costato agli Stati Uniti 193 miliardi di dollari (97 miliardi per la perdita di produttività, più 96 miliardi di spesa sanitaria) (LSE Ideas 2014). È stato stimato che l’abuso di alcol costi al Regno Unito fino a 6 miliardi di sterline all’anno in spesa sanitaria, morti premature, perdite per le imprese e in reati e incidenti legati al bere (Cabinet Office Strategy Unit 2013). Un report del Royal College of Physicians (2001) ha stimato che il trattamento dell’abuso di alcol costi tra il 2 e il 12% del totale della spesa sanitaria al National Health Service (NHS). Questo equivale grossomodo ai 15 miliardi di sterline all’anno che le famiglie spendono per acquistare bevande alcoliche (Stockwell 2013). Nel 2009–2010 il governo del Regno Unito ha raccolto 9 miliardi di sterline dalle imposte sull’alcol e l’industria dell’alcol sostiene fino a due milioni di posti di lavoro nel Paese (Stockwell).

Il proibizionismo sulle droghe dell’inizio del XX secolo – L’International Opium Convention 

Nel corso della storia sono stati fatti molti sforzi per regolare e vietare le sostanze d’abuso, come quello degli imperatori cinesi prima delle Guerre dell’Oppio (~1839–1860). La prima legge europea moderna per la regolamentazione delle droghe fu il Pharmacy Act del 1868 del Regno Unito: il suo primo obiettivo, relativamente inefficace, era regolare le vendite di oppio (Booth 1996; Berridge 2013). La progressiva espansione internazionale del “moralmente indifendibile” commercio di oppio e cocaina ha portato, nel 1912, all’International Opium Convention dell’Aja, a seguito della preoccupazione riguardo la diffusione del consumo di oppio sulla costa statunitense del Pacifico generata dall’afflusso di lavoratori cinesi. Il congresso richiese ai firmatari di introdurre la graduale proibizione di oppio e cocaina al di fuori di usi strettamente medici. Lo scopo era quello di sradicare l’uso “non medico e non scientifico” di droghe. Nello stesso congresso furono proibite le fumerie d’oppio, così come “gli edifici nei quali queste persone conducono tale attività o commercio” (Davenport-Hines 2002). Il Governo Imperiale Cinese tentò di vietare la coltivazione di oppio nel primo decennio del XX secolo, sebbene le amministrazioni locali siano ricorse all’oppio come fonte di guadagno e per finanziare le proprie campagne elettorali negli anni ’20. Anche le colture alimentari in quel periodo vennero rimpiazzate da quelle di oppio, portando addirittura a carestie. Dopo la Prima Guerra Mondiale molti governi europei e stranieri, inclusi Gran Bretagna, Francia e Giappone, hanno ignorato i trattati stipulati per eliminare il commercio dell’oppio. Questo si intensificò fino a raggiungere un picco nel 1930 (UNODC 2007), e venne inoltre usato per finanziare il Partito Comunista Cinese negli anni ’40, sebbene il Presidente Mao represse poi brutalmente il suo commercio nella decade successiva (Booth 1996; Baulmer 2001). Il mercato dell’oppio in Indocina La campagna del governo coloniale francese per eliminare la dipendenza da oppio in Indocina (gli attuali Vietnam, Laos e Cambogia) iniziò nel 1946 con l’abolizione del monopolio dell’oppio. Tuttavia, l’intelligence e gli enti paramilitari francesi iniziarono a monopolizzarne nuovamente il commercio allo scopo di finanziare le proprie operazioni segrete durante la Prima Guerra di Indocina, come parte della resistenza all’indipendenza del Vietnam (1946–1954) (‘Operazione X’) (McCoy1972). In modo simile, Burma divenne indipendente alla fine della Seconda Guerra Mondiale e la coltivazione dell’oppio iniziò a prosperarvi. Negli anni ’50 del ‘900, gli sforzi degli Stati Uniti di contenere la diffusione del Comunismo in Asia inclusero la stipulazione di alleanze con i signori della guerra in Laos, Tailandia e Burma (il “Triangolo d’Oro”, dove si concentrò la produzione mondiale di oppio). Membri dei servizi segreti statunitensi e francesi nel Sud-Est asiatico vendettero armi e munizioni ai signori della guerra locali per finanziare le operazioni militari occidentali in quel territorio. Gli stessi signori della guerra comprarono tali armi con i proventi derivanti dalla produzione e vendita di oppio (ironicamente, tale oppio veniva spesso venduto alle truppe statunitensi che prestavano servizio nel Sud-Est asiatico). Ciò condusse a una “epidemia” di uso illecito di eroina nei Paesi occidentali (McCoy 1991; Baulmer 2001). Il diffuso abuso di oppio tra i soldati statunitensi durante la guerra del Vietnam portò direttamente all’attuale “guerra alla droga” degli Stati Uniti e alle politiche internazionali correlate (vedi oltre).

L’Accordo Unico del 1961 sulle sostanze stupefacenti e la conseguente proibizione

 Il periodo immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale fu un momento di sconvolgimento sociale. Nel Regno Unito, gli anni ’50 del ‘900 videro la pubblicazione delle inchieste governative che raccomandavano la legalizzazione dell’omosessualità, della prostituzione e dell’aborto (le inchieste dei comitati Wolfenden e Birkett ). Tuttavia, all’epoca la dipendenza da sostanze non era vista come uno dei maggiori problemi sociali del Paese. Ciò nondimeno, le Nazioni Unite introdussero gradualmente misure internazionali per rafforzare il proibizionismo con la “Single Convention on Narcotic Drugs” nel 1961, la “Convention on Psychotropic Substances” nel 1971 e la “Convention against Illicit Traffic in Narcotic Drugs and Psychotropic Substances” nel 1988. La Convention del 1961 portò all’introduzione, nei Paesi occidentali, di leggi che criminalizzavano la manifattura, il possesso e la distribuzione di molte sostanze d’abuso che non fossero utilizzate per il trattamento di patologie (come definito dai medici). La Convention del 1971 è stata introdotta per proibire la cannabis e altre sostanze d’abuso sintetiche, che non erano incluse nei precedenti trattati. Ha inoltre introdotto la classificazione corrente delle sostanze d’abuso e ha permesso una riduzione delle pene detentive per le persone in trattamento per problemi di droga. La Convention del 1988 richiese ai Governi di cooperare per imporre il proibizionismo, di combattere il riciclaggio di denaro e di estradare i trafficanti di droga. Ha inoltre permesso a una commissione di esperti di aggiungere ulteriori sostanze sintetiche, inclusi i precursori, alla lista delle sostanze stupefacenti considerate ed emendate alla Convention. Alla fine del 2002, una comissione del Parlamento Europeo raccomandò di abrogare la Convention del 1988 dato che il proibizionismo aveva dimostrato di essere inefficace, nonostante gli ingenti fondi investiti per regolamentare le sostanze illecite (Cappato 2002). Purtroppo le leggi rimangono a livello nazionale mentre il mercato della doga è globale e può essere facilmente mantenuto in Paesi che sono restii o incapaci di applicare leggi proibizionistiche. Paradossalmente, gli alti prezzi che le sostanze illecite hanno nei Paesi ricchi derivanti dalle leggi proibizionistiche procurano enormi ricavi per i mercanti di droghe, che spesso hanno la propria base in Paesi poveri. Questo denaro può essere utilizzato per intimidire e corrompere interi governi (LSE Ideas 2014). È stato stimato che, nel 2005, il prezzo dell’oppio sia aumentato oltre 1000 volte durante la sua filiera produttiva e commerciale: dalle 204 sterline per 4 kg (0,051 cent. £ / grammo) di oppio in Afghanistan alle 54000 sterline per 1 kg (54 £ / grammo) di eroina (suo derivato) sulle strade della Gran Bretagna (Reuter 2007). Se fosse legale, la cocaina probabilmente costerebbe quanto la produzione e la distribuzione del caffè. Per esempio, i narcotrafficanti, per portare la cocaina dal Sud America agli USA, richiedono circa 10000 dollari americani al chilogrammo; la FedEx spedisce un qualsiasi pacco da un chilogrammo per circa 60 dollari americani (LSE Ideas 2014): questo incremento di prezzo è quasi interamente dovuto al divieto legale e al risarcimento per l’assunzione del rischio e significa, inoltre, che ci sono enormi guadagni per quei fornitori che evitano con successo di farsi rintracciare. L’evasione dall’applicazione della legge nazionale illustra anche la grande mobilità del commercio delle sostanze illecite. Per esempio, con l’avvento del comunismo la produzione di oppio si spostò dalla Cina agli stati del Laos, della Tailandia e del Burma, recentemente divenuti indipendenti. Alla fine della guerra del Vietnam la produzione si spostò di nuovo, questa volta in Afghanistan. Allo stesso modo, la Colombia divenne la più importante tappa per il trasporto della cocaina in USA a seguito della sua produzione in Perù e Bolivia. Tuttavia, in seguito questa si è progressivamente spostata al Messico e alla Nigeria a causa del supporto militare statunitense alla lotta contro la droga in Colombia (LSE Ideas 2014)

Una vasta diaspora internazionale, governi corrotti e mezzi di trasporto accessibili attraggono il narcotraffico globale: Bolivia e Perù sono i principali produttori di cocaina, sebbene questa venga trattata successivamente e spedita dalla Colombia e dal Messico, i quali sono più vicini agli Stati Uniti. L’Afghanistan ha dominato la produzione mondiale di oppio per almeno 20 anni. L’Iran è rimasto costantemente uno dei percorsi maggiormente trafficati, essendo geograficamente vicino all’Europa e politicamente sgradito agli Stati Uniti. In modo analogo, il traffico di eroina attraverso il Tajikistan si è sviluppato in seguito allo scioglimento dell’Unione Sovietica e all’aumentare della domanda del mercato russo per l’eroina. La Nigeria è diventata uno dei paesi di maggior transito della cocaina: è stata guidata da una serie di governi corrotti sin dall’indipendenza, ha subito una grande diaspora (molti Nigeriani vivono all’estero) ed è caratterizzata da una debole società civile, salari familiari molto bassi e mezzi di trasporto internazionali ragionevoli. Negli aeroporti nigeriani è relativamente facile comprare la protezione per transazioni illegali (a causa della corruzione e della tradizionale debolezza dei governi) (LSE Ideas 2014). 

Critiche alla “guerra alle droghe”

La “guerra alle droghe” è una campagna militare e politica statunitense diffusa dal Presidente Nixon nel 1971, che puntava a sradicare il commercio internazionale delle sostanze illecite (il presidente Nixon nominò persino Elvis Presley come uno dei suoi consulenti sulle droghe). Sebbene la campagna sia progredita continuamente, una fase più estrema si sviluppò durante l’amministrazione di George Bush (1989–1993), con l’intervento militare contro i cartelli della droga colombiani. L’amministrazione più recente, guidata dal Presidente Obama (insediatosi nel 2009), ha dichiarato di non avere pianificato di cambiare la politica di lotta contro la droga attuale, che ha un costo annuale stimato di 51 miliardi di dollari americani (Drug Policy Alliance 2015), sebbene il termine “guerra alle droghe” non sia più usato. La “Drug Policy Alliance” (2015) ha stimato che, nel corso di quattro decenni, gli Stati Uniti hanno speso oltre mille miliardi di dollari nella loro lotta contro le droghe. Nonostante questo, i prezzi di eroina e cocaina sono scesi del 75–80% tra gli anni ’80 e il 2011, sia grazie alla capacità del mercato delle sostanze illecite di distribuirsi tra i Paesi e dato che i guadagni illeciti permettono ai signori della droga di controllare i governi dei Paesi poveri. La “guerra alle droghe” è comunemente considerata come un costoso fallimento (Reuter 2007; LSE Ideas 2014). Nel 1986, il Dipartimento della Difesa statunitense ha finanziato uno studio di 2 anni effettuato dalla RAND Corporation sull’uso dell’esercito nella lotta alla droga. Questo ha concluso che l’utilizzo delle forze armate statunitensi per impedire l’arrivo di droghe negli Stati Uniti avrebbe poco o nessun effetto sulla disponibilità di cocaina (Reuter 1988), e supportò le conclusioni di sette studi precedenti. Oltre 7 miliardi di dollari vengono spesi ogni anno negli Stati Uniti per arrestare e perseguire le persone coinvolte in reati connessi alla cannabis (Miron 2005). Ciononostante un sondaggio finanziato dal governo degli Stati Uniti ha riportato che circa l’85% degli studenti adolescenti trovi che la cannabis sia “facile da procurarsi”. Inoltre, la prevalenza dell’uso di cannabis è rimasta stabile per almeno due decenni: in Occidente i prezzi delle sostanze illecite sono costantemente scesi durante gli ultimi 30 anni nonostante la “guerra alle droghe”. Per esempio, i prezzi dell’eroina sono diminuiti da 1896 dollari americani per grammo all’11% di purezza nel 1981 fino a 408 dollari al grammo al 28% di purezza nel 2011. I prezzi della cocaina sono scesi da 669,18 dollari per 2 grammi al 40% di purezza a 177,62 dollari al 42% di purezza durante lo stesso periodo (Office of National Drug Control Policy 2013). 

La diminuzione media dei prezzi è stata del 75–80% dagli anni ’80 (Davenport-Hines 2002; Bewley-Taylor 2003). Nel 2014, un rapporto della London School of Economics Expert Group on the Economics of Drug Policy (che includeva cinque vincitori premi Nobel) concludeva che la strategia della “guerra alle droghe” ha prodotto un enorme danno. Questo include “carcerazioni di massa negli Stati Uniti, politiche altamente repressive in Asia, vasta corruzione e destabilizzazione politica in Afghanistan e Africa occidentale, smisurate violenze in America Latina [e] una epidemia di HIV in Russia” (Quah 2014: p. 3). Un “mondo senza droga” non è più un obiettivo realistico. I governi dell’America Latina non sono più preparati a sopportare le conseguenze politiche ed economiche della “guerra alle droghe”, tanto che il costo totale per applicare le politiche proibizionistiche delle Nazioni Unite può solo essere coperto da una concessione di aiuti di 400– 500 milioni di dollari americani all’anno. Come già citato, per dare un esempio del danno causato, non appena divenne efficace l’utilizzo dell’esercito statunitense contro i signori della cocaina in Colombia attorno al 2001, la produzione si spostò in Messico (fenomeno detto “effetto palloncino”, per analogia a ciò che succede all’aria contenuta in un palloncino di gomma se si esercita forte pressione in un suo punto). Il tasso totale di omicidi in Messico triplicò in 4 anni, da circa 8 omicidi ogni 100.000 individui nel 2006 a più di 23 nel 2010. Tra il 2006 e il 2012, una intensa campagna della polizia contro le maggiori organizzazioni di narcotraffico risultò in oltre 60.000 omicidi connessi alla droga e in un milione e mezzo di persone sfollati dalle proprie case (LSE Ideas 2014). Il Rapporto LSE (Quah 2014) evidenziò come Paesi piccoli e poveri come la Guinea-Bissau o il Ghana potrebbero non possedere sufficienti forze di polizia o militari per applicare le leggi anticontrabbando, facendo di essi le basi ideali per il trattamento delle droghe. Lo stesso vale per i Paesi politicamente instabili, in particolare l’Afghanistan, l’Iran e i cosiddetti “narco-stati” in Africa orientale e America Centrale. Sfortunatamente, i funzionari del governodeputati all’’applicazione del proibizionismo nei Paesi poveri sono nella posizione ideale per diventare i migliori trafficanti perché capaci di eludere le leggi esistenti sul contrabbando. Essi sono inoltre vulnerabili alla corruzione e all’intimidazione da parte dei potenti signori della droga, compresi l’assassinio e il sequestro dei familiari. Anche i Paesi ricchi hanno trovato impraticabile la “guerra alle droghe” (Quah 2014). Il governo Olandese trovò che le proprie prigioni e tribunali fossero inadatti a processare i 1300 corrieri della cocaina arrestati all’aeroporto di Amsterdam nel corso del 2001. Di conseguenza, furono introdotte le confische della droga e dei passaporti dei trafficanti, unite al divieto di ulteriori voli internazionali (attraverso l’Olanda). Il numero di corrieri intercettati scese a soli 40 nel 2005, con un enorme risparmio per il sistema giudiziario olandese. È improbabile che le droghe di classe A (eroina e cocaina) verranno legalizzate nel prossimo futuro. Comunque, nel 2001, con una decisione spesso travisata, il Portogallo depenalizzò il possesso di piccole quantità di qualsiasi droga. Quindi, il possesso di quantità modeste di eroina è soggetto a sanzioni non penali come venire indirizzati a trattamenti o a programmi educazionali (Berridge 2013). Ciononostante, lo spaccio di droga resta un reato ed è la criminalizzazione della distribuzione (piuttosto che del possesso) che conduce ai prezzi (e ai guadagni) altamente gonfiati delle sostanze illecite, i quali a loro volta portano a commettere reati per potersi permettere l’acquisto. 

Legalizzazione della cannabis 

Il gennaio del 1969 avvenne la pubblicazione, nel Regno Unito, di un rapporto sulla cannabis da parte del Advisory Committee on Drug Dependence. Prese il nome dalla presidente del comitato, la Baronessa Wootton. Con un approccio notevolmente liberale, faceva riferimento alle conseguenze socialmente dannose dalla criminalizzazione della cannabis (Advisory Committee on Drug Dependence 1969). Il Rapporto Wootton giunse alla fine di un periodo di governo e le sue raccomandazioni furono ignorate dai successivi regimi austeri e conservatori del Regno Unito (a anche negli Stati Uniti) (Holden 2004). Quasi 50 anni dopo, un nuovo regime più liberale sembra si stia sviluppando. Questo potrebbe essere dovuto alla conclusione pragmatica che la “guerra alle droghe” è fallita – l’uso di droga infatti persiste ed è anzi aumentato nonostante le campagne enormemente dispendiose per eliminarne il commercio. Inoltre l’opinione pubblica, in particolare negli Stati Uniti, è diventata progressivamente più tollerante sul tema. Dal 1996, 20 Stati degli Stati Uniti hanno permesso l’utilizzo di cannabinoidi per scopi medici approvati, sebbene questo non includa il fumare la cannabis sotto forma di sigarette (Farrell 2014). L’uso medico di cannabis fu autorizzato per il trattamento della sclerosi multipla negli anni ’90 ed è probabile che abbia spianato la strada per l’accettazione pubblica della cannabis, con legalizzazione e depenalizzazione in Occidente. Attualmente i sondaggi mostrano pubblica approvazione per la legalizzazione della cannabis. Un sondaggio svolto su 1800 adulti statunitensi riscontrò che il 54% di essi ritenesse che la droga avrebbe dovuto essere resa legale (Pew Research Centre 2014) circa metà dei rispondenti al sondaggio aveva provato la cannabis e il 70% considerava la cannabis meno dannosa dell’alcol. Quando Gallup fece un sondaggio sul tema negli Stati Uniti nel 1969, solo il 12% dei rispondenti favoriva la legalizzazione. Le amministrazioni statunitensi, tradizionalmente restrittive, hanno cominciato di conseguenza ad adottare politiche più miti. Nel 2012, gli elettori del Colorado e dello stato di Washington, hanno approvato i procedimenti per legalizzare la vendita di modeste quantità di cannabis a utenti registrati dal primo gennaio 2014. Questo seguì un referendum di stato nel quale il 55% della popolazione votò per legalizzare la cannabis. Un emendamento simile fu adottato dal governo dello stato di Washington (Washington Initiative 502) a seguito di un referendum in cui una percentuale simile (quasi il 56%) votò a favore della legalizzazione. Questi cambiamenti stanno avvenendo nonostante il fatto che essi contravvengano le Convention dell’ONU sulle droghe del 1961 e del 1988, e il Procuratore Generale degli Stati Uniti ha confermato che non si tenterà di farle rispettare da parte del governo federale. Nell’agosto 2013, l’Uruguay divenne il primo Paese dell’era moderna a legalizzare la produzione e la vendita di cannabis, sebbene la vendita sia solo per consumatori registrati. Ciononostante, in Uruguay il sostegno pubblico per la legalizzazione era basso. Secondo i sondaggi del 2012–2013, il 58– 66% degli uruguayani era contro la legalizzazione della vendita di marijuana, mentre il 24–29% era a favore (Global Commission on Drug Policy 2011). La legalizzazione della cannabis fu presentata nel Parlamento della Jamaica nel giugno 2014 e la normativa venne approvata il 22 gennaio 2015 (Associated Press in Kingston 2015). Il BOX 4 contiene elementi riguardanti il dibattito sulla cannabis. 

Spaccio di sostanze di abuso soggette a prescrizione medica 

La dipendenza, e lo spaccio, delle sostanze d’abuso concesse sotto prescrizione come il metadone, la morfina e le benzodiazepine sono divenute così diffuse da essere diventate più comune della dipendenza da sostanze illecite. Per esempio, nel Regno Unito, la National Treatment Agency for Substance Misuse (2006) ha stimato che ci fossero circa 200.000 “consumatori problematici di sostanze” (es. consumatori di sostanze illecite) nel primo decennio del XXI secolo. D’altro canto, le stime suggeriscono che il 2% della popolazione adulta del Regno Unito (circa 1 milione di persone), e anche degli Stati Uniti, abbiano usato regolarmente benzodiazepine per 12 mesi o più; circa metà di questi per 5–10 anni (Ashton 1989, 1994). In modo simile, il 10–30% degli utilizzatori cronici di benzodiazepine hanno sviluppato una dipendenza fisica da queste (National Institute of Health and Care Excellence 2004). Nel 1996 più della metà delle 360.000 persone che assumevano benzodiazepine in Australia le aveva utilizzate almeno per oltre 6 mesi (Australian Bureau of Statistics 1996). L’abuso degli analgesici oppioidi ottenibili sotto prescrizione medica, come l’ossicodone, ha raggiunto proporzioni epidemiche negli Stati Uniti, con pochi segnali di riduzione (Maxwell 2011; Freynhagen 2013). Weiss et al (2011) hanno riportato che l’1.7% della popolazione statunitense (5.1 milioni di persone) avesse utilizzato oppioidi concessi sotto prescrizione a scopo non medico nell’ultimo mese, con il 5% che lo aveva fatto nell’ultimo anno (Fischer 2014). Nel 2014, gli oppiacei ottenuti sotto prescrizione e poi “dirottati” per consumo illecito sono diventati la seconda sostanza di abuso più comune dopo la cannabis. Analogamente, nel 2009 negli Stati Uniti, l’uso di un farmaco oppioide per motivi non medici era 20 volte più comune e causava più morti rispetto all’uso di eroina (Weiss 2011). L’aumento di abuso e di morti causate da farmaci oppiacei è in parte dovuta alle tecniche di marketing aggressive utilizzate per questi farmaci nel trattamento del dolore, soprattutto il dolore cronico non dovuto a cancro, e alla difficoltà nell’evitare il loro dirottamento sul mercato nero (Maxwell 2011; Fischer 2014). La ridotta regolazione della pratica medica, la pratica medica speculativa (come l’esecuzione di trattamenti non necessari per generare un guadagno) e il marketing diretto ai pazienti possono spiegare perché i tassi di uso dei farmaci oppiacei sino circa quattro volte più alti negli Stati Uniti che in Europa. Le stime suggeriscono che il 4% di tutte le dosi di farmaci oppiacei prescritti negli Stati Uniti siano rivendute sul mercato nero (Katz 2010; Dasgupta2014). Il costo complessivo dell’abuso di farmaci oppioidi concessi sotto prescrizione medica negli Stati Uniti del 2007 è stato stimato oltre i 56 milioni di dollari, con 14.800 morti all’anno (Birnbaum 2011; Fischer 2014). Negli ultimi anni c’è stato un aumento dell’8% nelle richieste di aiuto dei pazienti per dipendenza da analgesici concessi sotto prescrizione medica nel Regno Unito, con 154 morti causate dal tramadolo (confrontate con le 486 del metadone) nel biennio 2010–2011 (Ghodse 2011; Stannard 2013). Wilens et al (2008) hanno effettuato una revisione di 21 studi (riguardanti oltre 100000 bambini e adolescenti) stimando l’abuso dei farmaci stimolanti prescritti per il Disturbo da deficit di attenzione/iperattività (principalmente il metilfenidato): i tassi di uso “deviato” di farmaci stimolanti nell’anno passato pari a 5–9% nei bambini statunitensi in età scolare e del 5–35% negli studenti del college. Tra il 16 e il 29% degli studenti a cui erano stati prescritti farmaci stimolanti era stato chiesto talvolta di cedere, vendere o barattare le proprie medicine, e circa il 25% degli studenti del college aveva venduto i propri farmaci stimolanti. “Legal Highs” Si sta rivelando virtualmente impossibile impedire la diffusione dell’abuso di una moltitudine di “legal highs” sintetici. Nel 2013, lo European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction (2009) ha riportato che in Europa erano disponibili 280 nuove sostanze psicoattive, conosciute appunto come “legal highs”. Una di quelle più conosciute, il mefedrone, fu vietata nel Regno Unito nel 2010. I “legal highs” sono le sostanze psicoattive sintetiche che sono recentemente divenute disponibili e che non sono regolate dall’attuale legislazione di molti Paesi (come il Misuse of Drugs Act del 1971 nel Regno Unito), sono assunti per i loro temporanei effetti stimolanti ed euforizzanti, simili a quelli della cannabis, dell’ecstasy e della ketamina. Effetti collaterali e overdose causano sintomi simili a quelli delle sostanze stimolanti illecite, inclusa la sindrome serotoninergica. 

Nel 2001, il 5–10% dei giovani cittadini europei ha ammesso di avere assunto una di queste sostanze nell’ultimo anno (confrontato con il 25–50% che aveva utilizzato la cannabis) (Gallup 2011). I “legal highs” sono solitamente acquistati su internet o da spacciatori di cannabis ed ecstasy (Meacher 2013). Esistono molte centinaia di tali composti chimici, incluso il catinone “meow meow” (mefedrone), GBL (gammabutirrolattone, un solvente industriale), BZP (benzilpiperazina) e la salvia un estratto dalle foglie di Salvia divinorum. Il contenuto esatto delle pastiglie o polveri illegali è estremamente variabile, tanto da poter contenere principi attivi completamente differenti a seconda di quando vengono acquistati. I “legal highs” o i loro precursori chimici sono generalmente prodotto in grandi quantità in Cina o in India e importati in Europa per essere imballati o distribuiti tramite internet (Griffiths 2013). A riguardo, non è probabile che gli accordi delle Nazioni Unite, come la Convention on Psychotropic Substances, vengano effettivamente applicati, dato che i Paesi produttori traggono guadagno da questo commercio allo stesso modo in cui Gran Bretagna e Francia hanno gestito il mercato dell’oppio in Cina fino alla Seconda Guerra Mondiale (nonostante le Convention internazionali stabilissero in contrario). Lo Psychoactive Substances Act 2016 Il 26 maggio 2016 è entrato in vigore lo Psychoactive Substances Act del Regno Unito (quando questo articolo è andato alle stampe). Adesso nel Regno Unito è reato produrre o procurare qualsiasi sostanza che possa essere verosimilmente usata per i suoi effetti psicoattivi, questo a prescindere dal rischio. Certe sostanze sono escluse: alcol, nicotina, caffeina e qualsiasi altra sostanza soggetta ad altre regolamentazioni sull’abuso di droghe. L’obiettivo della legislazione del Regno Unito è quello di chiudere gli “head-shop” (negozi che vendono accessori per l’uso di droghe) e siti web che possano vendere “legal highs”, il semplice possesso di queste sostanze non costituisce reato. Quindi, l’Act evita di criminalizzare le persone che si sono procurate modeste quantità di tali sostanze per il proprio consumo. La legislazione indica che il produttore e il distributore della sostanza debba dimostrare che è improbabile che la sostanza sia usata per i suoi effetti psicoattivi. Infatti, al produttore e al distributore verrà richiesto di fornire un uso alternativo credibile per i composti chimici venduti in caso di azione contro di loro. Rimane da vedere se la legislazione del regno Unito possa arginare la marea della vendita su internet e della spedizione ai consumatori dei “legal highs”, sebbene questo sembri altamente improbabile data la natura internazionale del commercio online.

Conclusioni 

Il commercio di droghe come l’oppio e la cannabis dura sin dall’antichità e ha prosperato sotto le potenze coloniali. Sembra ci sia stato un breve periodo di sobrietà durante la metà del XX secolo dovuto alla interruzione dei commerci internazionali causata dalle Guerre Mondiali, al proibizionismo internazionale e dall’avvento dei regimi totalitari comunisti. Comunque, il commercio di sostanze illegali si è espanso e ha prosperato nei Paesi Occidentali dopo la Seconda Guerra Mondiale. È probabile che la legalizzazione della cannabis a scopo ricreativo in due stati degli Stati Uniti d’America nel 2014 sia un evento significativo, segnale della fine delle attuali politiche proibizionistiche contro le droghe. Analogamente, il diffuso “spaccio” dei farmaci oppiacei, benzodiazepine e stimolanti concessi sotto prescrizione medica insieme alla vendita su internet dei “legal highs” rende al momento virtualmente impossibile imporre proibizioni tramite leggi penali. 

Jason Luty  è primario psichiatra delle dipendenze a Borders Health in Scozia. Si è formato presso il Maudsley Hospital di Londra e ha trascorso 8 anni come primario psichiatra delle dipendenze alla South Essex Partnership NHS University Foundation Trust, Inghilterra. Ha un PhD in farmacologia a seguito di studi sui meccanismi molecolari della desensibilizzazione e della tolleranza dei recettori e ha all’attivo pubblicazioni nel campo delle dipendenze.


Fonte: https://www.cambridge.org/core/services/aop-cambridge-core/content/view/D49B7BBFCF5FC41666AA897A74B76815/S2056467800002851a.pdf/linizio_della_fine_del_proibizionismo_le_politiche_della_dipendenza_da_sostanze_translation_of_the_beginning_of_the_end_of_prohibition_the_politics_of_drug_addiction_by_dr_giulia_spiga.pdf

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